domenica 13 gennaio 2008

ThyssenKrupp, rapporto dei manager dopo il rogo: ''Gli operai fanno gli eroi in tv''


Ho appena visto su Corriere.it la notizia circa un'analisi riservata interna della ThyssenKrupp, venuta alla luce nel corso delle perquisizioni disposte dai PM di Torino nell'ambito dell'inchiesta per omicidio e disastro. In attesa di conferme ulteriori, pare che l'analisi descriva le reazioni sindacali e sociali, l'atteggiamento dei media, la storia di Torino con la sua "lunga tradizione sindacale di stampo comunista'' e anche il periodo dei cosiddetti "anni di piombo". Sembra che il documento metta in risalto che gli operai, compagni delle vittime e testimoni del fatto, vengono ospitati in TV passando per eroi: la cosa rende per il momento inopportuni interventi disciplinari, che l'azienda non esclude tuttavia di attuare in futuro ! Infine, secondo i manager estensori del rapporto, Prodi puo' trarre vantaggio dall'attenzione dei media sul rogo di Torino.


Si tratta delle solite anticipazioni giornalistiche, o è proprio questa la considerazione del gruppo industriale tedesco e dei suoi manager per le filiali italiane ? Ma soprattutto: la tragedia dell'acciaieria, per loro è soltanto un fastidio ?

venerdì 11 gennaio 2008

Benedetto XVI "bacchetta" Veltroni


Molti sono stati i commenti alle frasi rivolte dal Papa agli amministratori pubblici (Comune di Roma soprattutto) durante l'incontro per gli auguri di inizio anno. Come succede quasi sempre in Italia, anche le parole di Sua Santità sono state "interpretate" ad uso e consumo delle diverse e contrapposte parti politiche, tirandolo come si suol dire per la giacchetta. C'è da sottolineare, mi sembra, che nonostante tutti gli anni trascorsi nel nostro Paese, Papa Ratzinger non ha imparato a muoversi con le cautele che sarebbero particolarmente utili e necessarie qui da noi, nel nostro clima politico-sociale (va bene che pure a Ratisbona non si comportò da fine diplomatico, tutt'altro !). In ogni caso il suo discorso è stato veramente "duro", specie nelle espressioni chiaramente rivolte a Veltroni, che è sì il Sindaco di Roma ma anche il leader del PD e forse il prossimo Primo Ministro, almeno nei desiderata di molti elettori del centro-sinistra. Infatti il Papa ha parlato di grave degrado della città, di attacchi alla famiglia, di emergenza educativa, degli ospedali cattolici in difficoltà per i finanziamenti ridotti. Insomma, un quadro a fosche tinte. E allora ecco, subito il centro-destra vuole le dimissioni di Veltroni, in quanto sfiduciato persino dal Pontefice, e l'altra parte ribatte che il Papa come "abitante" di Roma può anch'egli dire la sua, e via di seguito. Tutti ragionamenti già sentiti mille volte, tanto qui da noi ormai c'è una frattura insanabile fra i due schieramenti, su qualsiasi argomento. Nemmeno il buonsenso basta più. Secondo il mio modesto parere, sarebbe sufficiente conservare un minimo di equilibrio e di sobrietà e si risparmierebbero tante stupidaggini ai cittadini. Certo, riguardo all'intervento "a gamba tesa" del Vaticano non si può fare a meno di constatare come nella Spagna di Zapatero esista un ben diverso atteggiamento nei confronti della Chiesa, istituzione che si trova a volte ad essere "bacchettata" proprio dal governo, quando invade il campo altrui come non dovrebbe, e come al contrario capita con frequenza in Italia. Non so, che dipenda anche dal fatto che qui da noi si sta radicalizzando sempre di più il dualismo fra "civilisation" e religione, fra i valori e l'etica civile da una parte e la morale cattolica dall'altra ?

Mi piacerebbe capirne qualcosa di più. Cordiali saluti.

Lupo.

sabato 5 gennaio 2008

Il marciume italiano


Stamattina sono infastidito, nervoso, incavolato ecc. perchè mi tocca iniziare il 2008 con un post dedicato all'ennesima vergogna italiana. Non bastava aver chiuso l'anno con la tragedia della ThyssenKrupp, infatti. Ci voleva anche quest'altra storia della "monnezza". Siamo su tutti i giornali, con foto e racconti che ci additano al generale disprezzo cui ormai siamo avvezzi, purtroppo. Stavolta non è la rappresentazione colorita del disagio di Napoli, della condizione più o meno miserevole della sua società, e neppure il quadro deprimente di una generica sfiducia che sembra aver colpito il Belpaese. Qui è in pericolo la nostra democrazia, se è vero che siamo di fronte ad istituzioni (governo, regione, sindaco) impotenti ed incapaci. Ma ci rendiamo conto che si parla di 2 miliardi di euro spesi negli ultimi anni, senza risolvere il problema ? E di 1 milione di euro al giorno per trasportare i rifiuti in Germania ? Cose da pazzi ! E la camorra continua ad imperversare, la politica anche. E niente cambia.
Ho fatto un po' il giro dei quotidiani in rete e riporto qui sotto un commento che ho trovato su Le Monde e che riassume i giudizi del mondo intero su di noi: "Tragica illustrazione dello stato italiano decrepito e fallito. Le montagne di rifiuti simboleggiano infatti il marciume dello stato, dei politici e dell'amministrazione di questo Paese. La corruzione, il non rispetto delle regole e delle leggi creano una mentalità da disillusi e spingono i cittadini ad un ultra-edonismo, caratteristico delle peggiori fins de règne. Gli Italiani, delusi, si rifugiano nel cibo, nelle veline di Berlusconi e della RAI. Aiuto !".
Mi sembra che ci sia poco da aggiungere.
Lupo.

lunedì 31 dicembre 2007

Sul Capodanno e dintorni

Fra i ricordi della fanciullezza che s'affastellano nella memoria, talora incerti e confusi per la lunga serie di anni alle spalle, mi è gradito in questo periodo di feste riandare al tempo in cui nella nostra famiglia c'era l'abitudine di trascorrere insieme le giornate tra il Natale e l'Epifania. Non dico tutti i giorni, ma assai di frequente, questo sì, la casa dei nonni materni ci vedeva riuniti per pranzare o cenare nella grande cucina o anche semplicemente per stare in compagnia a giocare. Gli adulti si impegnavano in interminabili partite a ramino, interrompendosi appena per sorbire il punch che la zia preparava fra una mano e l'altra senza perdere nemmeno una battuta, non so come facesse. Intanto noi bambini ci dedicavamo ai nostri giochi o stavamo ad osservare i grandi. A me piaceva molto studiarne il comportamento durante le partite, non soltanto per imparare le regole ma anche per capire le astuzie che usavano: desideravo infatti prendere parte anch'io al gioco, visto che ormai ero grandicello. Più di tutto mi piaceva la tombola, specialmente tenere il tabellone. Così, ad ogni numero pescato, potevo pronunciare ad alta voce i commenti che avevo imparato ascoltando i grandi: ”settantasette, le gambe delle donne; novanta, la paura; quarantasette, il morto che parla !” mentre i giocatori incalzavano con “mescola bene, mi raccomando !” oppure ”é uscito il trenta ?”. V'erano altri passatempi, ad esempio il “sette e mezzo” ed uno che non ricordo bene, forse si chiamava “campana e martello” e somigliava un po' al gioco dell'oca. Certe serate si sedeva al tavolo con gli altri anche mio cugino, molto più grande di me, un giovanotto atletico che era un po' il mio eroe preferito: correva in motocicletta, andava a caccia, giocava nella squadra di calcio, faceva l'università a Bologna e, anche se la cosa per me allora non aveva un gran significato, si diceva piacesse molto alle ragazze. Lo adoravo talmente tanto, da decidere che da grande sarei diventato come lui, che oltretutto era fortunato e vinceva sempre quando si trattava di soldi (questo mio cugino, disposto a concedere parte del suo tempo ai parenti ed a ritardare l'uscita serale, ma solo ... se si giocava a soldi, mi sa che fosse una lenza !).
La cucina, teatro di quelle lunghe serate di festa, era molto ampia, forse il locale più grande dell'abitazione, con un enorme focolare in cui si bruciava una grande quantità di legna per riscaldare l'ambiente, ma dove anche si cuocevano vivande di ogni genere. Oltre all'immancabile caldaro di rame per l'acqua, il focolare disponeva di specifici fornelli per i cibi a lenta cottura e per i dolci, nonchè di un girarrosto con la carica a molle, sul cui spiedo ho visto rosolare tante specialità diverse ma sempre gustosissime: pure con i mezzi scarsi di una volta le nostre donne erano fantastiche, altrochè. In un vano apposito, ricavato da una parte della cappa, si conservavano alcuni tegami di rame di varie dimensioni di cui la zia andava fiera, avendoli salvati dalle requisizioni fasciste, del genere “rame alla patria”, diceva. Il focolare occupava quasi interamente la parete di sinistra della stanza, e la cappa era talmente grande che spesso noi bambini, durante i nostri giochi, la usavamo come tana per nasconderci, ovviamente a fuoco spento ! Ci tiravamo su fino a scomparire al suo interno, dopo esserci aggrappati al gancio che il nonno utilizzava per appendere il prosciutto, quand'era il momento. La cucina era tanto spaziosa ed accessoriata poichè in passato, “anticamente” come si diceva in casa, il primo piano dell'abitazione era adibito a trattoria, dunque gli avi dovevano essere attrezzati per preparare pranzi e cene, sia per la numerosa famiglia che per i clienti. Me li figuro gli avventori di quell'epoca, carrettieri, braccianti, facchini (tutta gente d'appetito robusto), intenti a saziare nella trattoria “da Gigi” la loro fame antica. E quasi li vedo mentre ingurgitano le povere semplici pietanze del tempo, annaffiate dall'ottimo verdicchio della casa che giunge al banco della mescita direttamente, non so come, dalle damigiane poste nella sottostante cantina.
Dunque il nonno, rispettando la tradizione, alcuni giorni prima di Natale si faceva portare dalla campagna un bel ceppo di ulivo che doveva ardere nel focolare per tutto il periodo delle feste, come portafortuna. Essenzialmente il ceppo aveva il compito, come dire, di collaborare alla funzione propria della legna da ardere, che ogni anno verso la fine dell'estate veniva accatastata in cantina, pronta all'uso: in effetti i tronchetti di pioppo, olmo, rovere e quant'altro bruciavano, certo, tuttavia la fiamma si limitava a lambire il ceppo sapientemente accostato, sicchè esso si consumava piano piano e poteva durare fino alla Befana, senza problemi. Di notte, l'ultimo a salire alle stanze di sopra per coricarsi metteva in sicurezza il camino, assicurandosi che il fuoco si stesse spegnendo. L'indomani il nonno, sempre il primo ad alzarsi ed a scendere in cucina, lavorava abilmente con l'attizzatoio per staccare dal ceppo dei piccoli tizzoni ancora accesi e con l'aiuto di qualche legnetto secco faceva in un attimo ripartire la fiamma. Il nonno era orgoglioso del suo focolare, eccome. Dopo cena, prima di uscire per recarsi al Bar Centrale come era solito fare con kantiana precisione, sostava in silenzio per qualche minuto ad ammirare il fuoco scoppiettante. Poi, preso con le molle un tizzone bello rosso e badando a non scottarsi, s'accendeva l'ultimo mezzo toscano della giornata e dopo un paio di boccate s'avviava verso il portone e “scappava” (scappare è il verbo che si usa dalle mie parti al posto di “uscire di casa" e l'espressione, oggi, sembra urtare alquanto la suscettibilità delle signore, non tutte però).
Il primo gennaio vigeva la consuetudine di avere in casa, come ospiti d'onore al pranzo appositamente allestito per il Capodanno, i “capoccia” dei mezzadri che coltivavano i poderi del nonno. All'epoca nelle Marche era diffusa la mezzadria, essendo ancora minoranza i coltivatori diretti o i fittavoli, presenti invece in altre parti del Paese. Non che mio nonno fosse un ricco proprietario terriero, tutt'altro. Possedeva due piccoli poderi a qualche chilometro dal paese che gli davano, tolte le spese, poco più di niente, ed un altro microscopico appezzamento appena fuori le mura, quasi un orto. Ma insomma, la brava gente che campava faticando sulla sua terra veniva, in certo modo, ricompensata una volta all'anno con l'invitare i capi-famiglia alla tavola del “sor padrone”, come si diceva allora, appunto per festeggiare insieme l'anno nuovo. Ero un ragazzino, quindi mi limitavo a ciò che vedevo e potevo capire: il fatto alquanto insolito mi piaceva ed a me bastava questo, non essendo assolutamente in grado di giudicare l'atteggiamento del nonno o i motivi di questa sua decisione. D'altra parte, avevo notato la familiarità con cui egli trattava i suoi contadini, quindi vederli a pranzo con noi mi confermava che essi in fin dei conti non erano degli estranei, tutt'altro. E poi il “sor padrone” aveva anche un regalino per loro, proprio come se fossero di casa. Quale ulteriore riconoscimento i “capoccia” avevano il privilegio di recare con sé il primogenito. Venivano solo due figli, poiché uno dei contadini non aveva discendenza. Il più grande poteva avere una ventina d'anni e non mi interessava, mentre l'altro era un ragazzino della mia età che conoscevo abbastanza bene, incontrandolo di frequente al podere. La sua presenza era molto stimolante per me, in quanto m'avrebbe fornito finalmente l'occasione di rivalermi di tutte le brutte figure che mi toccava fare quando accompagnavo il nonno nelle periodiche visite in campagna. In quell'ambiente, infatti, non c'era storia: io ero impacciato, e finivo regolarmente per fare la parte dell'incapace in confronto a lui, ragazzino di campagna che sapeva dominare la situazione e possedeva abilità sconosciute ad un coetaneo di paese. Egli non si faceva scrupoli a sfoggiare tutto il suo campionario con me. Iniziava dalla stalla, col mostrarmi quant'era bravo a mungere, poi si divertiva a chiudermi dentro il recinto dei maiali, scherzo che m'infastidiva un sacco, quindi mi guidava tutto baldanzoso giù per il campo per farmi ammirare il nido che aveva scoperto il giorno innanzi, e altre consimili esibizioni. In genere, però, la mia residua capacità competitiva era annientata dal constatare quanto più lontano e preciso di me sapesse colpire con la fionda, esercizio in cui non mi ritenevo l'ultimo arrivato. Rientravo in paese quasi sempre frustrato dal confronto, tuttavia felice per le ore trascorse in campagna (ambiente che ho sempre amato e che mi fa star bene anche ora). Che la felicità dipendesse però, almeno in parte, dalla fine dell'impari lotta col mio giovane rivale di campagna ? Mi è sempre restato il dubbio.
Comunque sia, il Capodanno rappresentava l'occasione della mia rivincita ! Infatti in casa del “sor padrone”, alla nostra tavola riccamente imbandita, avrei fatto valere il mio prestigio di fronte al suo impaccio ed alla sua inettitudine, incapace com'era non dico di conversare ma persino di starci come si deve, a tavola. Che bello, adesso mi sentivo al sicuro e superiore nella mia classe sociale, ben più elevata della sua e dove le abilità “contadine” non sarebbero servite a nulla, anzi. Finalmente mi sarei potuto divertire alle sue spalle. Inoltre quell'anno (poteva essere il 1953-54) avevo un asso nella manica, che l'avrebbe lasciato di stucco a crepare d'invidia. Dopo pranzo, infatti, avrei orgogliosamente esibito il nuovo giocattolo ricevuto in regalo da Gesù Bambino. A tal proposito debbo precisare che, di anno in anno, alla tradizionale Befana si stava aggiungendo nelle famiglie italiane questa nuova consuetudine di Gesù Bambino, che ovviamente noi bambini non facemmo difficoltà ad accettare. Pertanto anche a me era già toccato un dono, pur restando i regali della “vecchia” quelli ancora più sognati e attesi nei piccoli paesi come il mio, un po' ai margini del progresso socio-culturale di quei primi anni cinquanta. Avevo dunque ricevuto un piccolo proiettore cinematografico, naturalmente senza sonoro e funzionante a manovella, corredato di alcuni spezzoni di pellicola 35 mm. a colori: un po' di quella roba che oggi si chiamerebbe “trailers” ed alcuni metri di cartoni animati. Per me fu un regalo meraviglioso, pur dovendo armeggiare parecchio per inserire e togliere i vari spezzoni. Li proiettavo in continuazione in cucina, su un tratto di parete liscia e bianca che pareva proprio uno schermo, ed ero diventato abbastanza abile a regolare la velocità di rotazione della manovella, tanto che la visione delle varie scene era rotonda, senza strappi. Rimaneva però il dover ogni volta avvolgere e riavvolgere le pellicole, procedimento alquanto laborioso, tanto che qualche settimana dopo mio padre chiese al proiezionista del locale cinematografo il favore di sigillare gli spezzoni tra di loro, sì da ottenere un'unica pellicola più comoda da caricare. Per verificare il risultato del suo intervento, il tecnico mi fece sedere in sala e proiettò il film così ottenuto sul grande schermo del cinema, così scoprii che c'era addirittura il sonoro ! La cosa mi fece un'enorme impressione.
Dunque, quel Capodanno, al termine del pranzo posiziono in un angolo del tavolo il mio bravo proiettore, lo collego alla presa elettrica ed inizio a mostrare il primo spezzone che avevo precedentemente messo in macchina: un breve cartone animato, molto divertente. Mentre manovro la manovella sto molto attento a sbirciare in viso il mio amico campagnolo, pronto a coglierne le reazioni, perchè questo sarà il vero spettacolo per me ! Non me lo perderei per niente al mondo, anzi me lo voglio godere fino all'ultimo. Ma, con mia grande sorpresa, è proprio la reazione di suo padre Augusto a colpire, con me, tutti i circostanti. Ci si rende immediatamente conto che il “capoccia”, per la prima volta in assoluto, sta vedendo delle immagini in movimento. Sì, incredibile, egli non era mai stato al cinema in vita sua e dunque, quasi sconvolto, manifestava tutto il suo stupore, agitandosi sulla sedia, e fanciullescamente gridava: “si muove, guarda, si muove !” e giù a ridere come un matto. Reagiva come un bambino o come l'indigeno della foresta amazzonica al primo contatto con la modernità. Il comportamento sorprendente ed inatteso del buon Augusto, lo confesso, mi tolse un po' il piacere della “vendetta” che ero pronto a cogliere nei confronti del figliolo. Mi sentii in imbarazzo, quasi mi vergognavo di esibire io, un piccolo ragazzino presuntuoso, un modesto giocattolo capace di meravigliare fin quasi allo stordimento quel brav'uomo semplice e ignorante, che non avrei dovuto umiliare a tal punto. Non ne avevo nessun diritto, no.
Almeno così ricordo d'essermi sentito quel lontano giorno di Capodanno, e questa sensazione ho tentato di raccontare.
Grazie per la cortese pazienza e AUGURI !
Lupo.

domenica 23 dicembre 2007

Auguri di BUON NATALE a tutti


Vorrei che a tutti quanti giungesse un caloroso augurio di BUON NATALE, dal più profondo del mio sentire, fiducioso che ciascuno possa essere toccato da un po' di serenità e di speranza.

Ma soprattutto mi piacerebbe che la donna qui raffigurata ritrovasse, dopo tanta sofferenza, la libertà perduta e l'amore della famiglia.

Rappresentando idealmente tutti coloro che patiscono la cattiveria umana a lei vada il nostro pensiero solidale. Auguri e coraggio Ingrid !


Ingrid Betancourt prigioniera da 5 anni delle Forze armate rivoluzionarie colombiane (Farc).

mercoledì 19 dicembre 2007

Sul Natale e dintorni

Ognuno di noi ha dei ricordi di sé bambino, durante le festività natalizie, e dei regali ricevuti in quel periodo. Ma dipende dall'epoca se a portarli era Gesù Bambino o la Befana. Comunque sia, anche negli anni successivi alla 2^ guerra mondiale, quando ero bambino io, l'intero periodo che va dal 24 dicembre al 6 gennaio era un momento speciale per noi piccoli, con un' atmosfera magica che sarebbe rimasta impressa per sempre nella memoria. Con alcuni distinguo rispetto al giorno d'oggi, naturalmente. All'epoca, nelle famiglie “normali” di allora, si allestiva il Presepe ed i piccoli attendevano la Befana per ricevere i doni, mentre Gesù Bambino c'entrava solo in quanto la notte della vigilia si completava la ricostruzione scenica della grotta o della stalla, deponendo la statuina del divino neonato dentro la culla. Tutto qui, altro che Babbo Natale ! Questa figura simbolica infatti, che ormai ha fatto quasi scomparire ogni altra tradizione, sarebbe arrivata un po' più tardi, insieme a tante altre cose di cui ora non è il caso di parlare. Torniamo a quegli anni del primo dopoguerra, quando potevo avere 6-7 anni. La situazione non era uguale per tutti, anzi, la distanza fra i pochi ricchi e le modeste condizioni di vita della maggioranza della gente era più marcata di oggi, epoca in cui esiste un benessere diffuso. Difatti rispetto a oggi a quel tempo solamente alcuni potevano godere di una festa bellissima, piena di luci e di giocattoli, di sorrisi, di gioia, con tanta gente allegra attorno. Mentre tanti invece si dovevano accontentare di meno, molto meno, quasi niente direi, come se il Natale fosse un giorno simile a tutti gli altri. Certo, poteva capitare che alle famiglie più bisognose venisse fornito per la speciale occasione un pacco-dono, quasi sempre roba da mangiare con qualche dolcetto per i più piccoli, ma la miseria non smetteva di esistere solo per la carità praticata in certe ricorrenze, questo è sicuro. Io non ero fra i poveri, per fortuna, anche se noi non ci potevamo definire benestanti: diciamo che facevamo parte del ceto medio, ma questo lo avrei capito solo in seguito, naturalmente. Un'altra cosa che non faceva parte del mio sentire di bambino, allora, e di cui avrei avuto più avanti consapevolezza crescendo, era il fatto che ci trovavamo nel dopoguerra. Questo significava molte cose a cui eravamo abituati. Per fare un esempio, utile forse ai ragazzi di adesso per capire come si viveva un tempo e come ci si accontentava di quel poco che c'era, durante l'inverno nelle case in genere un solo locale veniva riscaldato, la cucina, mediante la famosa stufa “economica” che andava a legna ed era il meglio della tecnologia di quegli anni (scaldava anche l'acqua, asciugava la biancheria e ci si cuoceva il mangiare, vi pare poco ?). Ricordo che nelle giornate più fredde e ventose, magari quando era nevicato, prima di coricarsi si usava scaldare il letto con uno scaldaletto in rame o con degli attrezzi speciali che dalle mie parti chiamavano il "prete" e "la monaca", forse per effetto del diffuso anticlericalismo della zona. Poichè si ricorreva alle braci infuocate, non di rado si rischiava di bruciacchiare le lenzuola. Ma quando ci si ficcava a tutta velocità (dato il gelo della camera) sotto le coperte e si iniziava a gustare con ogni voluttà possibile il calore così ottenuto, vi assicuro che era una goduria ! Per vestire, poi, non si spendevano certo le cifre di ora, che tutti andiamo alla ricerca dei modelli firmati e così via. Mi assale un po' di malinconica tristezza se ripenso alle giacche ed ai cappotti voltati e rivoltati che ereditavamo dai più grandi, con il taschino a destra, o alle scarpe sui cui tacchi si applicava una semiluna metallica atta a ridurne il consumo, o alla totale assenza degli elettrodomestici di cui siamo pieni oggi. Per quanto riguarda il cibo, poi, anche qui non è che si scialasse tanto, nemmeno sotto le feste: infatti è vero che in quei giorni si mangiava di più e meglio, in ogni famiglia qualcosa di speciale e di buono secondo la tradizione, ma sempre senza esagerare. Se vado con la mente al periodo dei primi panettoni, quelli che oggi chiamiamo industriali, ricordo che se ne assaggiava uno durante tutte le feste, non come adesso che ce n'è per tutto l'anno, fino alla nausea. E per restare al tema dei doni per i bambini, in casa mia veniva predisposto un grande ramo di abete che occupava un angolo della cucina in alto fin quasi alla porta che conduceva alle camere, e la notte della Befana su questo ramo papà e mamma posizionavano le candeline di cera di vari colori ed appendevano tanti mandarini, con un po' di caramelle e cioccolatini di contorno. Ed i nostri doni, a parte alcuni giocattoli, erano il torrone, i fichi secchi ed i datteri. Così era il mondo di una volta, eppure era bello, le nostre famiglie vivevano, noi crescevamo, la scuola funzionava ....
Vabbè, torniamo a me bambino nel dopoguerra. A dir la verità, riguardo alla condizione della mia famiglia qualcosa intuivo, pur essendo ancora piccolo, capivo cioè seppur vagamente che anche noi avevamo bisogno e che c'era qualcuno molto ricco e potente che ci poteva aiutare ogni tanto. In seguito avrei compreso che chi ci aiutava, il mio nonno “americano” tanto lontano ma onnipotente quasi fosse il "genio" delle fiabe, in realtà non era per niente ricco e potente, come immaginavo, visto che anch'egli lavorava come tutti per vivere, pur essendo orgogliosamente divenuto cittadino del grande Paese che dominava il mondo e dove si era rifatto una nuova vita ! Ma allora sentivo solo questo, che doveva mancare qualcosa pure nella nostra famiglia, se non altro per il fatto che ogni tanto mio padre ritirava uno scatolone, il famoso pacco in arrivo dall'America. Il più importante e atteso, adesso lo definirei strategico, era quello che il nonno spediva in Italia perchè giungesse in tempo per le feste natalizie. L'apertura del grosso scatolone era una specie di rito che coinvolgeva non solo noi bambini, ma anche papà e mamma. Anzi, il più agitato e curioso di tutti era proprio mio padre che moriva dalla voglia di verificare se ancora una volta ci sarebbero state quelle strane, per me, confezioni di sigarette dal nome difficile, che mi sembrava si chiamassero cesterfìl, lustraic e cammèl, e che a lui facevano brillare gli occhi. A noi piccoli toccavano altre cose: maglioni colorati, pantaloni e altri indumenti che subito nostra madre ci faceva provare, a seconda dell'età. E dato che eravamo tre maschi in scala, ciascuno trovava ciò che poteva andargli bene, con sua grande soddisfazione. A me una volta toccarono dei pantaloni con la pettorina, cosa mai vista prima, che poi avrei esibito a scuola assieme ad un magnifico maglione multicolore con la spocchia di chi, per meriti speciali, può indossare degli indumenti che nessuno dei compagni riuscirà mai a possedere. Talvolta c'erano anche delle caramelle e dei giocattoli. A proposito di giocattoli, succede che una volta nel pacco troviamo un pallone di cuoio, bello, con tutte le cuciture in evidenza, un pochino piccolo ma fatto proprio bene. Purtroppo, e lo capiamo subito, dato che non è tondo ma anzi ha la forma di un uovo allungato, non si riesce a farlo rimbalzare come avremmo voluto. Ecco, quella me la ricordai come l'unica grossa delusione fra le tante cose ricevute dall'America, come quando non ricevetti in regalo dal mio padrino il fucile flobert che m'aveva promesso ma .... un violino ! Dopo qualche tentativo andato a vuoto, infatti, concordammo di non fare cenno alcuno ai compagni circa quello strano coso, che anzichè accrescere la loro invidia nei nostri confronti (assai gratificante per noi) al contrario ci avrebbe fatto perdere punti ai loro occhi, essendo che non ci si poteva giocare con quella stramaledetta inutile palla ! Ma un giorno, però, avvenne il vero miracolo. Il pacco conteneva un piccolo, meraviglioso, fantastico trenino elettrico che i miei compagni di giochi ci avrebbero invidiato chissà per quanto tempo, dato che mica ce n'erano in giro di oggetti simili in paese. Per inciso, ricordo che mio padre tentò inutilmente di farlo andare, provando e riprovando i collegamenti elettrici ed i contatti. Alla fine per farlo funzionare ci volle l'intervento di Ido, che era un genio per il quale le robe di elettricità non avevano segreti e che in seguito avrei apprezzato come il più straordinario ideatore di presepi che avessi conosciuto. Bene. Cosa fece Ido ? Piazzò un portalampade con una lampadina enorme prima della presa dove si attaccava il cavo elettrico del treno, e soltanto questo bastò a risolvere il problema. Infatti, tenendo accesa la lampadina da 100 candele (che però, per quanto grossa fosse, faceva una luce fioca fioca) non so come, ma il trenino si mise ad andare e fare di tutto: correre all'indietro, fermarsi, ripartire, scaricare merce dal vagoncino speciale detto tender, aumentare o diminuire la velocità, sganciare i vagoni e riagganciarli, il tutto muovendo dei tasti e delle levette su una specie di centralina filoguidata. Uno spettacolo che in molti vennero a vedere e che inorgoglì l'intera famiglia. E ci fu anche qualche uomo grande che si divertì a giocarci !
Un saluto. Lupo.