martedì 13 gennaio 2009

Jan Hus di nuovo sul rogo bruciava ...

Il 16 gennaio di quarant'anni fa Jan Palach si bruciò nella Piazza San Venceslao, nel pieno centro di Praga, come gesto estremo di protesta contro la "normalizzazione" attuata nel suo Paese dopo il fallimento della stagione riformista di Dubcek e l'invasione sovietica. Lasciò scritto: "i nostri popoli sono sull'orlo della disperazione e della rassegnazione". Morì tre giorni dopo. Ai suoi funerali prese parte una folla immensa, ma noi non potemmo vedere le immagini di tutto un popolo che esprimeva il suo dissenso, perchè il potere non fece trapelare quasi nulla di quell'avvenimento. Purtroppo altri giovani studenti seguirono l'esempio di Jan, diventando anch'essi torce umane alla maniera dei monaci buddhisti in Vietnam.
All'epoca, qui da noi, certa sinistra ed il Movimento studentesco non furono in grado di capire (non vollero ?) il senso ed il valore del sacrificio dello studente praghese di filosofia. Lungi dal voler suscitare polemiche, ci mancherebbe: è solo il doveroso rispetto della verità. Del resto oggi, a Praga, cosa sanno i giovani ceki di Palach e cosa conoscono della "Primavera" ? Dunque, meglio limitarsi alla pietas.
Per ricordare l'eroico sacrificio di Jan Palach, in un primo momento avevo pensato di inserire una foto di Josef Koudelka scattata durante i funerali, ma poi ho scelto il seguente brano di Guccini, che mi è sembrato perfetto per la circostanza.

Grazie per l'attenzione. Lupo.



Di antichi fasti la piazza vestita
grigia guardava la nuova sua vita,
come ogni giorno la notte arrivava,
frasi consuete sui muri di Praga,
ma poi la piazza fermò la sua vita
e breve ebbe un grido la folla smarrita
quando la fiamma violenta ed atroce
spezzò gridando ogni suono di voce...

Son come falchi quei carri appostati,
corron parole sui visi arrossati,
corre il dolore bruciando ogni strada
e lancia grida ogni muro di Praga.
Quando la piazza fermò la sua vita,
sudava sangue la folla ferita,
quando la fiamma col suo fumo nero
lasciò la terra e si alzò verso il cielo,
quando ciascuno ebbe tinta la mano,
quando quel fumo si sparse lontano,
Jan Hus di nuovo sul rogo bruciava
all'orizzonte del cielo di Praga...

Dimmi chi sono quegli uomini lenti
coi pugni stretti e con l'odio fra i denti,
dimmi chi sono quegli uomini stanchi
di chinar la testa e di tirare avanti,
dimmi chi era che il corpo portava,
la città intera che lo accompagnava,
la città intera che muta lanciava
una speranza nel cielo di Praga,

dimmi chi era che il corpo portava,
la città intera che lo accompagnava,
la città intera che muta lanciava
una speranza nel cielo di Praga,
una speranza nel cielo di Praga,
una speranza nel cielo di Praga...

5 commenti:

marina ha detto...

la inutilità delle autocritiche che ho letto in questi giorni!
marina

Anonimo ha detto...

Caro Lupo, per ragioni anagrafiche rammento lucidamente tutto quel periodo e conoscevo benino l'aria: andavo sovente Cecoslovacchia. Rammento quindi i gesti disperati e terribili di Jan Palach e degli altri.
Oggi in tempi di revisionismi e stravolgimenti tentati e talora riusciti della verità e della decenza, sgorgano lacrime di coccodrillo. Se lo evitassero, sarebbe meno disgustoso.
luigi

Anonimo ha detto...

Bellissime le parole, non conoscevo questa canzone di Guccini.
Soprattutto universali: il grido di dolore, il tentativo di non rassegnarsi, il desiderio di libertà dei popoli sono concetti sempre attuali...tristemente attuali.
Penso che i giovani di Praga di oggi non conoscano affatto la storia di quel loro giovane connazionale e tantomeno i nostri giovani...peccato, certi esempi dovrebbero restare sempre vivi nella memoria.
Alessandra
p.s. io ci ero stata a 23 anni a Praga a pregare sulla sua lapide e mi ero molto commossa.

Anonimo ha detto...

Caro L. avevo visto il tuo post, c'era tutto quello che pensavo, ho aggiunto poco da me. Come sai, avevo una consuetudine con Praga, mi piaceva enormente quella città e chi c'era. Poi con l'irrompere dell'occidente è cambiata. Quello che mi colpisce è che resti poco di quegli anni e quando parlo di colpe, non parlo molto di noi, noi c'abbiamo provato, parlo dell'insieme che ha tolto possibilità. I giovani ora sono meno mobili socialmente di quanto potevamo esserlo noi, hanno meno diritti, si sciolgono nel quotidiano, questo mi colpisce e mi fa male la mia inanità. Grazie L. a presto.
willyco

Anonimo ha detto...

io adoro questa canzone di Guccini.Ammiro moltissimo il sacrificio di questo studente, i suoi valori di libertà e uguaglianza. Inoltre Guccini esprime benissimo la scena, il dolore, i muri imbrattati di "frasi consuete" il popolo disperato. Il sacrificio di questo ragazzo è degno d'ammirazione.